J. R. R. Tolkien: il potere della parola e l’utilizzo del suo linguaggio nel Gioco di Ruolo

Tolkien creò il proprio mondo partendo dalle sue lingue. Prima ancora che un grande scrittore, il Professore fu un appassionato filologo; non deve dunque stupire la sua capacità di creare nuove lingue, essendo uno studioso e conoscitore dei meccanismi del funzionamento di quelle antiche e moderne.

L’amore per la filologia, in Tolkien, precede di molto l’intento mitologico. Scrive addirittura un saggio, Il vizio segreto, in cui rivela quest’amore per le lingue e per la loro invenzione.

L’invenzione di un linguaggio rappresenta per lui il fondamento delle sue storie. Queste vengono dopo, a precederle è il linguaggio, o l’invenzione di una singola parola. Ne è un esempio lampante il germe che diede inizio al suo primo romanzo, quella frase che egli scrisse sul compito di uno suo studente: “In un buco nel terreno viveva uno Hobbit”. Da quel momento cominciò a chidersi cosa fosse uno Hobbit… e adesso tutti sappiamo cosa sia.

L’invenzione di lingue e linguaggi è, in Tolkien, un’abitudine precoce. Nasce come gioco, durante le estati della fanciullezza trascorse con le sue cugine; con loro inventò il cosiddetto “animalese”.

Ma da adulto e, soprattutto, da filologo, gli strumenti a sua disposizione sono ben maggiori e consolidati. Le lingue a cui fa riferimento, per l’invenzione delle sue, sono molte. Basti pensare che nel Signore degli Anelli, per esempio, la lingua degli uomini di Rohan è modellata sull’anglosassone, sull’antico inglese. I nomi dei Nani, nello Hobbit, sono ripresi dal norreno, la lingua dei vichinghi.

Non solo le lingue antiche, anche quelle moderne lo ispirarono enormemente. Due suprattutto: il gallese e il finlandese.

Il gallese, secondo le sue stesse parole, faceva risuonare nella sua mente il “profondo suono d’arpa”. E dal gallese costruì quella che sarà una delle due principali lingue elfiche: il Sindarin.

Il suo incontro con il finlandese avvenne nel 1911 quando, studente ventenne al college, scoprì una grammatica di quella lingua. Nelle sue lettere, afferma che trovare quella grammatica fu «come scoprire una cantina piena di bottiglie di vino straordinario di una varietà e di una fragranza mai gustata prima. Nei fui completamente intossicato». Dal finlandese nacque il Quenia, la seconda lingua più importante tra quelle elfiche.

Nel Signore degli Anelli, il lettore sfiora – senza accorgersene, grazie anche alla maestria di Tolkien – ben dieci lingue immaginarie e nonostante il numero sembri già alto così, queste non sono tutte le lingue create dal Professore. Ce ne sono molte di più, soprattutto elfiche. Nel ’67, all’età di 75 anni – morirà a 81 – scrivendo al figlio, Tolkien affermò: «per completare le mie lingue elfiche ho ancora bisogno di scrivere due fonologie, due grammatiche e due vocabolari». Si capisce bene, dunque, quanto la sua vita fosse concentrata sulla creazione di queste lingue.

Ma non si limitava a inventarle, dava loro un’origine e un’evoluzione – proprio come accade per le lingue reali. È questo il vero segreto delle lingue inventate da Tolkien: sono degli elementi vivi e visibili e, per questo, rendono il suo intero mondo ancora più reale.

E non ci sono solo le lingue elfiche, perché ogni popolo della Terra di Mezzo ha la propria o più di una. Gli Uomini per cominciare, ma poi i Nani, gli Ent, gli Orchi, i Nazgul.

Il Linguaggio Nero, ad esempio, la lingua di Mordor nasce – nelle intenzioni di Tolkien – per un solo scopo: rendere questo linguaggio con le parole della lingua inglese che lui trovava sgradevoli all’udito.

Al di là della creazione di lingue immaginarie, parlando ora del linguaggio di Tolkien, del suo stile, esso risulta ricco grazie alla presenza di un vocabolario vario e ricercato. in diverse occasioni, lo scrittore ci regala descrizioni incantevoli e vivide, servendosi di un tono evocativo e raffinato. Egli riesce a creare un universo fatto di miti, magia e archetipi che ci sono noti perché lontanamente richiamati alla memoria dalla nostra immaginazione di occidentali.

Riporto qui un brano che può essere ritenuto un esempio di come Tolkien abbia in buona parte codificato il linguaggio delle scene di azione del fantasy, con l’utilizzo di determinate parole per rappresentare azioni e suoni:

“There was a crash on the door, followed by crash after crash. Rams and hammers were beating against it. It cracked and staggered back, and the opening grew suddenly wide. Arrows came whistling in, but struck the northern wall, and fell harmlessly to the floor.

“Un colpo risuonò con fracasso controla porta, seguito da un altro e da altri ancora. Arieti e martelli battevano con forza sempre maggiore. Il battente scricchiolò vacillando, e la fessura si aprì improvvisamente. Delle frecce entrarono sibilando, ma urtando contro la parete caddero in terra inoffensive”.

Che le frecce “sibilino” (whistle) è ormai un modo di dire codificato in questo genere narrativo e tutto l’impitanto linguistico delle scene d’azione in Tolkien rappresenta il canone di ogni battaglia fantasy scritta dopo Il Signore degli Anelli.

A chi gioca di ruolo, un simile modo di scrivere sembra del tutto naturale e questo dipende dal fatto che i giochi di ruolo, sin dalle loro origini, si ispirano principalmente al mondo tolkieniano, ai suoi personaggi, alle sue razze e, chiaramente, al suo linguaggio. Questo perché la narrazione tolkieniana dimostra di avere una fondamentale capacità di creare una astrazione nel lettore, grazie all’uso del linguaggio, così da suggestionarlo. Un esempio di quanto scrivo, può essere un altro passo, sempre dal Signore degli Anelli:

The flames roared up to greet it, and wreathed about it; and a black smoke swirled in the air. Its streaming mane kindled, and blazed behind it”.

“Con un ruggito le fiamme s’innalzarono in segno di saluto, intrecciandosi intono a lui; un fumo nero turbinò nell’aria. La criniera svolazzante dell’oscura forma prese fuoco, avvampandolo”.

Sono tutte suggestioni che, a chi gioca di ruolo e ha avuto la fortuna di avere dei buini Master, sono ben note.

Certo, l’ideale sarebbe leggere e utilizzare il linguaggio di Tolkien nell’originale inglese, ma – per nostra fortuna – il mondo editoriale ci ha fornito delle traduzioni efficaci.

Tolkien andrebbe comunque apprezzato come creatore di un logos tipico del fantasy; grazie a lui è stato codificato non solo un genere narrativo ma anche un modo di scrivere. Modo di scrivere a cui il Play by Chat ha attinto a piene mani, forse inconsapevolmente. Qualcuno riesce a riprodurlo bene, qualche altro no ma, si sa, di Tolkien ce n’è stato uno e gli dobbiamo molto.

Lorena Caccamo

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2 pensieri riguardo “J. R. R. Tolkien: il potere della parola e l’utilizzo del suo linguaggio nel Gioco di Ruolo

  • 12 luglio 2017 in 20:17
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    Articolo interessantissimo! Ho una curiosità da rivolgere a Lorena: tu hai avuto modo di leggere Tolkien in lingua originale? Perché di tutti gli autori che più amo mi sono sempre chiesta quanto della loro bravura ci “perdiamo” noi (nella fattispecie io, che non sono mai riuscita a leggere un libro in inglese, purtroppo) che leggiamo “solo” delle traduzioni

    • 22 luglio 2017 in 10:45
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      Purtroppo non ho mai letto in originale né le opere di Tolkien, né altro, anche perché il livello del mio inglese non è così elevato da consentirmelo. Ci stavo pensando… ma andrei molto a rilento. Certo però sarebbe l’ideale leggere in originale, così come magari guardiamo i film o le serie tv. Temo che ci perdiamo molto…

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